I disturbi del comportamento alimentare. Uno sguardo più a fondo

di Chiara Calò

Il 15 marzo si celebra la Giornata del Fiocchetto Lilla (contro i DCA – Disturbi del Comportamento Alimentare).

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono definiti come persistenti disturbi associati ad un’alterazione della percezione corporea e del controllo del proprio peso e delle forme, che vanno a danneggiare la salute fisica e/o il funzionamento psicologico di chi ne soffre. Tra i giovani dei paesi occidentali si assiste, in particolare, a casi di Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa.

Ringraziamo i dottori Roberta Amodio e Ivo Abbondandolo, entrambi dirigenti medici psichiatri presso l’unità operativa complessa salute mentale di Nola (UOSM), per tutte le risposte forniteci.

Chiara: Pensate che le iniziative di sensibilizzazione siano efficaci nella comunità?

Pensiamo che attualmente si parli molto di DCA e crediamo che siano stati fatti passi da gigante, in tal senso, negli ultimi 15-20 anni. Fino a poco tempo fa, infatti, giungevano all’attenzione dello psichiatra esclusivamente i casi più gravi, risultando, peraltro, estremamente complessi nella gestione e, quindi, nella prognosi. Oggi questo tipo di diagnosi è divenuta molto più frequente, anche grazie alla campagna di informazione svolta tra operatori ed utenti. Personalmente considero un successo il fatto che la maggior parte delle persone sappia cosa sia, ad esempio, l’anoressia e che si parli di disturbi dell’alimentazione utilizzando i più diversi mezzi di comunicazione (giornali, riviste, social media, film, serie TV). Ovviamente c’è ancora molto da fare, soprattutto riguardo alla comprensione della patologia nella sua dimensione emotiva e psicologica. Infatti, l’opinione più comune è che si tratti di “capricci” o “convinzioni banali rispetto al proprio fisico”, trascurando ciò che c’è di più profondo e di più doloroso. Inoltre, una grossa barriera viene rappresentata dallo stigma e dal pregiudizio generato dalla possibilità di consultare uno specialista della salute mentale, motivo per il quale spesso viene ritardata la diagnosi, compromettendo i risultati terapeutici.

Chiara: In che modo si può aiutare una persona che soffre di DCA senza incappare in dolorosi stereotipi?

Il primo stereotipo da smontare è proprio quello di avere in tasca la risposta a questa domanda. Non esiste un decalogo di buone norme da seguire, ciò che è di aiuto per qualcuno potrebbe essere dannoso per qualcun altro. Il percorso terapeutico va sempre individualizzato, sulla base delle esigenze di ciascun paziente. Di certo può essere di grande aiuto sostenere la persona senza giudicare o colpevolizzare, accogliendo senza emarginare ed indirizzando agli specialisti di riferimento.

Chiara: Non credete che queste patologie siano spesso prese sottogamba? Come si può spiegare alle persone quali siano le effettive conseguenze dei DCA?

È possibile che la patologia venga sottovalutata o misconosciuta, soprattutto nelle fasi iniziali in cui la sintomatologia non è particolarmente intensa, o nei casi meno gravi. Ad ogni modo, le condotte alimentari disfunzionali, se protratte nel tempo, possono causare conseguenze importanti sulla salute, impattando negativamente sul funzionamento di diversi organi ed apparati. In particolare, possono essere compromessi il cuore, il sangue, l’apparato digerente, il sistema riproduttivo, l’apparato muscolo-scheletrico, la pelle, le unghie e i capelli, e nei casi più gravi anche il cervello.

C: Quale credete sia l’età giusta per affrontare il tema? Sarebbe giusto parlarne anche ai bambini in modo da dare un segnale di aiuto in maniera tempestiva?

Crediamo che l’età giusta per parlare di DCA sia la pubertà o la prima adolescenza. Considerando il fatto che l’età di esordio si sta abbassando, per una buona prevenzione sarebbe utile rivolgere il processo di formazione/informazione ai pediatri, per sensibilizzare alla patologia e favorire un invio più precoce allo specialista.

C: Immaginate di dover spiegare il problema ad un bambino di 6-7 anni, come lo fareste?

Una persona con molta fantasia potrebbe provare a inventare una storia, la cui protagonista è una principessa, prigioniera di sé stessa a causa di un maleficio che le impone di mangiare secondo una serie di “strane regole”. Soltanto grazie all’aiuto dei suoi amici e di un potente mago, riuscirà a liberarsi, dopo aver capito che il maleficio è frutto del suo stesso stato d’animo.

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