Terapia occupazionale, più che una professione

di Chiara Calò

La Terapia Occupazionale è una professione sanitaria dell’area della riabilitazione. L’obiettivo principale è l’acquisizione e/o riacquisizione delle autonomie personali e sociali nelle attività di vita quotidiana (personali: lavarsi, vestirsi, cura della propria persona, attività domestiche; sociali: gestione del tempo e del denaro, orientamento spaziale e temporale ecc). È rivolta a persone di tutte le età con diverse patologie acquisite o congenite, quindi sindromi o problematiche presenti già dalla nascita oppure che possono capitare nell’arco della vita come ad esempio ictus, traumi midollari, SM ecc.

Ho intervistato Antonella Di Marco, una terapista occupazionale. Ecco la sua presentazione: mi chiamo Antonella Di Marco, sono una terapista occupazionale e lavoro in una clinica nel reparto ambulatoriale. Mi sono laureata nel 2016 e nel 2017 ho iniziato a lavorare in un centro di riabilitazione in regime ambulatoriale con bambini e adolescenti con disabilità. Nel 2020 mi sono trasferita in clinica e ho incrementato la mia formazione lavorativa anche con gli adulti affetti da patologie neurologiche. Lavoro in età evolutiva con bambini dai 9 anni circa con diverse patologie: ritardo mentale, sindromi genetiche, autismo, ritardo psicomotorio, disturbi mentali…(alcune volte ci arrivano anche pazienti adulti, io me ne occupo solo di una con la SM). Nella pratica, in seguito a una valutazione e al colloquio con i genitori, si stabiliscono obiettivi finalizzati alle autonomie stabilendo delle priorità per il bambino e per la famiglia. 

Ed ora alcune domande:

  1. Qual è il consiglio che avrebbe voluto ricevere non appena ha iniziato con questa professione?

La terapia occupazionale, purtroppo, è una professione poco conosciuta. I centri convenzionati con l’ASL da qualche anno hanno avuto l’obbligo di inserire questa figura nel proprio organico e di conseguenza la ricerca del lavoro è molto facile per noi. Di contro, proprio per questa motivazione molto spesso ci ritroviamo a “improvvisare” quando arriviamo in un nuovo posto di lavoro. Per quanto mi riguarda, io mi sono sentita molto inesperta il primo giorno di lavoro. Infatti, non ho avuto la possibilità di essere affiancata da un collega competente proprio perché ero l’unica terapista occupazionale e ho dovuto faticare per capire se stessi facendo la cosa giusta. Mi avrebbe fatto piacere avere qualcuno che mi indirizzasse sulle metodologie e la messa in atto del trattamento, che mi aiutasse a trasferire la conoscenza teorica appresa all’università nella pratica di tutti i giorni.Inoltre avrei voluto certamente qualcuno che mi consigliasse come parlare con i genitori, come comportarmi con i pazienti più difficili, come applicare le faccende burocratiche lavorative. Ad oggi, credo che il consiglio che mi è mancato di più sia quello di non essere stata preparata al fatto che molto spesso le aspettative rispetto alla teoria non si riflettono sulla realtà.

  1. Secondo la sua esperienza c’è un momento (o più di uno) di estrema difficoltà nel percorso?

Il momento più difficile che ho vissuto è senz’altro il mio primissimo giorno di lavoro. Come ho detto ero completamente sola ad affrontare quell’esperienza e ho dovuto improvvisare tutto. Una volta abituata a questo però ho constatato che in realtà i momenti difficili come in ogni lavoro ne sono tanti: innanzitutto noi terapisti occupazionali combattiamo ogni giorno per farci riconoscere come professionisti sanitari prima dai medici competenti delle ASL, poi dalle famiglie e nel luogo di lavoro. Molto spesso ci associano ai terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, e questo è l’errore più grande che si possa fare. Siamo una figura indipendente! Quindi ci ritroviamo ad affrontare questioni con colleghi, genitori dei pazienti, medici specialisti. Inoltre, quando abbiamo in trattamento un bambino o un ragazzo abbiamo in carico anche la famiglia e addentrarsi nelle dinamiche familiari alcune volte è molto complicato: parlare con un genitore della gestione del proprio figlio è un argomento molto delicato; ci vuole pazienza, empatia e comprensione. È un grosso lavoro anche mentale. Il nostro lavoro implica l’interazione con diverse figure: il lavoro d’équipe, il confronto con la scuola, la gestione familiare.

  1. Qual è la sua parte preferita nel percorso?

Nonostante le difficoltà di tutti i giorni il mio lavoro ha molti lati positivi. Tante persone spesso mi dicono “come fai a stare con i bambini disabili; questi sono problemi seri” oppure mi danno dell’insensibile quando racconto qualche aneddoto particolare. Ma in realtà tra giochi e attività io mi diverto davvero con loro e sento che questo sia anche molto vantaggioso per loro. Si certo, sono bambini e ragazzi che hanno diverse disabilità, molto spesso non sono allo stesso livello dei coetanei nel percorso dello sviluppo psicomotorio e già la società purtroppo tende a stigmatizzare la loro condizione, le famiglie e il contesto scolastico spesso bambinizzano anche i ragazzi più grandi. A me invece piace rapportarmi a loro per l’età che hanno: con i piccolini gioco, con le ragazzine parlo delle loro cotte, con i ragazzi rido e scherzo e ci prendiamo in giro. Questo mi piace molto. Mi piace pensare che anche attraverso questo mio modo di fare loro possono raggiungere gli obiettivi del trattamento. Inoltre, chiaramente, l’aspetto più soddisfacente è sicuramente quando creo una buona alleanza terapeutica e noto che sia i miei giovani pazienti sia i genitori si affezionano a me come mi ci affeziono io. Questa è la base più forte per spianare la strada del percorso terapeutico, una base formata da fiducia e rispetto reciproco; un percorso dal quale emergeranno risultati notevoli e la gratitudine della famiglia per gli obiettivi raggiunti è l’aspetto preferito del mio lavoro. 

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