Vendesi

di Francesco Di Sibio, tratto dalla raccolta di racconti Cosa vuoi che sia un anno (Fara editore, 2020)

Quando vennero da me, non seppi cosa rispondere, mi sentii come tante altre volte mi ero sentita: impotente; eppure le richieste non erano affatto strane, i loro volti erano entusiasti, aperti alle novità, ricchi di voglia di fare, in cerca di progetti da realizzare. Quante volte avevo già ascoltato quelle parole, tante, quante volte mi ero seduta davanti alla mia scrivania, sulle sedie che di solito dovrebbero ospitare i visitatori, per essere più vicina, anche fisicamente, per ascoltare in un dialogo vero, non un monologo inutile, quasi teatrale. Forse, proprio per questo, quella volta, non appena quei giovani uscirono dal mio ufficio, avvertii addosso il peso opprimente dell’intero soffitto del municipio.

Avevo perso l’abitudine di appuntarmi le richieste nel dettaglio, non perché avessi smarrito l’entusiasmo politico dell’aver bisogno dei voti dei miei concittadini, visto che era già il mio secondo mandato da sindaco e non mi sarei potuta ricandidare. No. Mi bastava scrivere un laconico: vedi sopra. L’argomento era sempre lo stesso, il lavoro. Il lavoro perduto, quello cercato, quello mai avuto, quello da inventare. Il fatto era di non sentirmi all’altezza di rispondere in modo utile alle richieste, la mia esperienza era stata vissuta altrove, nel mondo dall’associazionismo, non ero mai stata una manager, non sapevo, quando ho iniziato a esercitare questa funzione e non lo so neppure ora, come si manda avanti un’azienda privata.

Eppure, quel giorno giunse e si abbatté gagliardo sul mio esile corpo. Facile a dirsi. Mi sentivo in un labirinto, tante strade da intraprendere, ma nessuna certezza di imboccare quella giusta, tortuosa ma giusta, quella, insomma, che conduce fuori, da qualche parte.

Terminato l’orario dedicato alle visite, me ne tornai a casa, con l’intento, abbastanza comune, di affogare la mia inconsistenza nel cibo; sfogliavo mentalmente un sacco di ricette golose, ricche di carboidrati, ne avrei scelte almeno due per riempire il piatto, lo stomaco e la mente.

I miei passi solcavano senza indugio le stradine del centro storico. Quando non erano previste uscite per sopralluoghi o riunioni presso enti sovracomunali, preferivo recarmi in municipio a piedi, anche se il tempo si metteva al brutto e un po’ di pioggia inumidiva il lastricato bianco. Lasciavo, in questo modo, la mia Fiat Panda arancione nel garage, mettendo a tacere per qualche tempo il mio animo ambientalista frustrato dalla necessità di usare spesso l’automobile e l’esigenza di fare del moto, compito difficile da assolvere per la scarsità di tempo libero a scapito del mio corpo ormai vittima della più grande strage del tempo moderno: la vita sedentaria.

Preferivo canticchiare l’ultima canzone ascoltata alla radio, oppure rifugiarmi nei miei tormentoni, ovvero le canzoni ascoltate quando ero ancora una ragazza da scuole superiori. Rinchiusa in così tante consuetudini, non cercavo soluzioni a problemi, volevo solo un posto tranquillo dove rintanarmi, un angolino mentale, una sorta di panchina, per ospitare la mia solitudine. 

Lungo il mio cammino incrociai diversi portoni chiusi, alcuni da tanti anni, e una sequenza di cartelli con la scritta: vendesi.

Tanto bastò per deprimermi ulteriormente. Mi erano da tempo venuti in odio, quei cartelli, tappezzavano i centri storici dei molti che avevo visitato per impegni o per svago; cristallizzavano in una sintesi avvilente lo stato dei nostri paesi delle zone interne.  

Dopo aver letto per la decima volta quella scritta bianca sul fondo rosso, mi balenò una mezza idea. 

Non mi diedi la fretta di concludere. Tornai a casa per mettere in pratica il pensiero della ricetta selezionata, ovvero gli spaghetti alla carbonara, veloci da preparare ad abbastanza appaganti in casi come questi. Mi dedicai con una solerzia da trasmissioni televisive sul cibo, indossando il mio grembiule preferito e apparecchiando la mia modesta tavola con un coperto pomposo, mettendo in secondo piano l’usuale quantità dei commensali: uno, io. Calai gli spaghetti mentre sorseggiavo un bicchiere di vino rosso e attesi i giri d’orologio all’ascolto delle notizie del telegiornale. La forchetta arrotolava vogliosa il composto di carboidrati, uovo e pancetta, con la certezza che nessuno avesse notato il mancato uso del guanciale. I puristi del cibo regionale, per un giorno, avrebbero dovuto saltare una protesta.

Feci trascorrere un paio di giorni, in ognuna delle due sere mi rifugiai davanti alla finestra con una grossa tazza fumante di tisa e un blocco per appunti appoggiato sul grande davanzale in breccia irpina. La tisana aveva il doppio ruolo di chiudere la bocca al rimorso per il pranzo ipercalorico e dare sollievo alla calura estiva al modo dei Tuareg e dei loro tè caldi sorseggiati in pieno deserto. Affinai la mia tattica, strutturai il mio progetto, elencai in un foglio a parte tutti gli elementi negativi, d’altronde non avevo la certezza di aver imboccato la famosa strada che conduce fuori dal labirinto.

All’ora stabilita presi il telefono, cercai in agenda il numero del giovane scelto dagli amici quale portavoce e feci squillare, infine dissi: Sono Chiara, il sindaco, quando possiamo incontrarci di nuovo? Non ho risposte, ma avrei un’idea e vorrei proporvela.

Il nuovo appuntamento fu fissato per l’indomani, e mi riservai un’altra serata davanti alla finestra, con la tisana e i fogli con gli appunti da scorrere un paio di volte: avrei dovuto essere abbastanza diretta, esaustiva e sintetica; mi sentii alla vigilia di un altro esame, dopo quelli ormai lontani dell’università. 

Dunque l’atteso momento della verità arrivò dopo il secondo caffè della giornata, tanto per convogliare la necessaria attenzione attraverso una dose di caffeina. Sparai le mie cartucce subito dopo aver accolto i giovani nel mio ufficio, aver chiesto pochi minuti di attenzione e aver anticipato di accogliere tutte le domande e le richieste di delucidazioni dopo la mia esposizione. Educatamente chiesi di non essere interrotta.

Quindi, iniziai: La mia proposta, o meglio, l’idea che vorrei condividere con voi è molto semplice e mi è apparsa chiara in mente durante una passeggiata nel nostro centro storico. Ho visto per l’ennesima volta i tanti cartelli con la scritta vendesi, ma per uno strano artificio ho pensato di rovesciare la realtà; mi sono detta: perché non trasformare questo sconforto in positività? Non c’è molta richiesta degli immobili posti in vendita, mentre è certo che i proprietari vorrebbero farli fruttare in qualche modo, altrimenti non avrebbero affisso quei cartelli. E se proponessimo loro un accordo? Penso a una cosa molto semplice, spero lo sia anche nei fatti. Si crea tra di voi una società, una cooperativa o qualcosa del genere, si vedrà con un professionista, e si prendono in carico alcuni immobili di proprietari disponibili e si crea una sorta di albergo diffuso. I proprietari parteciperanno agli utili secondo un canone di locazione o una percentuale. Il primo chiarimento lo faccio subito: come amministrazione non possiamo esservi ulteriormente d’aiuto, in quanto non possediamo locali o immobili da poter concedere in gestione. Però, a titolo personale, parlando con alcune mie conoscenze, sono disponibile a portare avanti con voi il progetto, se lo riterrete appassionante.

Non fu un trionfo, visti i tanti punti interrogativi lasciati sul tavolo, ma notai una parvenza di speranza negli occhi di quel gruppo disposto a mettersi in discussione.

Aggiunsi quella che mi sembrava un’ovvietà, ma ci tenevo a non negare le tante difficoltà: Ovvio che non stiamo parlando di Venezia, qui i turisti vanno portati quasi per mano, in più i periodi di afflusso sono ristretti anche per via delle temperature invernali in questa parte di Appennino, non si scia e non c’è il mare. Ho letto il curriculum di ognuno di voi e, ciascuno per le proprie competenze, dovrebbe essere capace di mettere in campo attività utili alla realizzazione di eventi, mostre, convegni e tutto quanto possa creare l’arrivo di cinquanta/cento persone alla volta, di cui una quota dovrebbe anche pernottare, ovvero quanto il nostro paese può ospitare senza perdere in accoglienza e cordialità. Non vi propongo un lavoro, ma una serie di lavori messi insieme per poter portare a casa un reddito a fine mese. Quindi le parole d’ordine saranno elasticità, spazio alla fantasia, all’invenzione e alle modifiche in corso d’opera. Capisco, forse vi aspettavate qualcosa di più, ma è una via in salita, quella che vi sto proponendo, come quelle dei vicoli del nostro paese, però se li abbelliamo con dei fiori, allora anche una salita ripida può apparire gentile e appagante. 

Mi sentivo una professoressa alle prese con la scolaresca impertinente con cui si ha bisogno di chiarire anche le cose spicciole, ma non potevo permettermi di lasciare qualcosa di non detto, non sarebbe stato giusto. Allora l’adrenalina mi accompagnò nuovamente, sentendo l’impellenza di dover riprendere la parola: Ci terrei a comunicarvi un altro paio di cose, se avrete la pazienza di ascoltarmi. La situazione demografica non è affatto delle migliori: la curva dei residenti scivola più che scendere, di anno in anno. Potrei definire la situazione con un’immagine, ovvero come un cane che si morde la coda. Ogni problema ne innesca un altro. E così a catena. In questi quasi otto anni in cui sono stato il vostro sindaco non ho mai mollato la presa, ho sempre tentato di creare opportunità. Mi sono resa conto di una cosa molto importante: si può inventare un lavoro, ma non ci si inventa in un lavoro. Spero capiate che oggi, come mai prima d’ora, c’è bisogno di professionalità oltre che di passione e buona volontà. Non basta voler fare una cosa, bisogna saperla fare e bene. C’è tanta concorrenza, tanta voglia di mettersi in mostra, tanta necessità di trovare una strada per rilanciare i nostri borghi delle aree interne. Ho capito che non vanno trattati come un museo, né come un laboratorio, ma come luoghi da vivere, anche solo per pochi giorni o pochi giorni all’anno. Da ogni angolo dei loro vicoli esce una sapienza, sarebbe davvero spietato buttarla via dopo secoli di sopravvivenza, ma sarebbe stupido smettere di progredire confidando nella tradizione del “si è sempre fatto così”. Dobbiamo partire dalle conoscenze del passato, dalla conoscenza del passato, se mi perdonate il bisticcio di parole, da quanto questa terra ha saputo consegnare alle tante generazioni che l’hanno abitata, poi va individuata la nuova traiettoria utile. Spero mi capiate, perché voglio profondere tutto il mio impegno sul vostro progetto. Se accetterete questa idea, avrei intenzione di visitare insieme a voi due o tre esperienze simili che ho conosciuto e apprezzato. Guardare chi ha già iniziato a camminare è sempre molto apprezzabile, in un secondo tempo sarà la volta di aggiungere la nostra originalità. Sappiate di trovarmi disponibile a discutere con voi anche quando non avrò più l’incarico di portare la fascia tricolore di sindaco.

Ancora una volta diedi loro un appuntamento fissato una settimana più tardi, al fine di prendere del tempo per pensarci su. Non potevo sentirmi contenta, almeno a posto con la coscienza, sì.

La settimana di riflessione trascorse per me con mille impegni amministrativi, piccoli dettagli da seguire nel loro iter corretto, quelli che rendono tortuosi i tempi previsti per percorrere un semplice segmento lineare. L’agenda mi ricordò l’appuntamento e accolsi per la terza volta quel gruppo di giovani nel mio ufficio. 

Cercai di non apparire troppo ansiosa, intavolando un dialogo sull’ultimo libro letto o l’ultimo posto visitato, quindi offrii loro un caffè, d’altronde era l’orario giusto per una pausa e un rifornimento di caffeina. 

Mentre sorseggiavamo il caffè, ebbi il timore di ottenere una risposta negativa, ma mi accorsi di pensare in modo egoistico, quasi per giustificare il tempo dedicato al districare la matassa della loro richiesta iniziale. Non ero io la protagonista della vicenda e questa convinzione mi ottenne la rapida apertura di un largo sorriso, cosa che lasciò di stucco i miei interlocutori. Chissà cosa avranno pensato in quel momento.

Per non lasciare loro la necessità di infrangere il silenzio o almeno l’attesa di una risposta, mi spinsi a riagganciare il filo dei nostri incontri riassumendo quanto detto fino a quel punto. Mi permisi di aggiungere un paio di concetti volutamente tralasciati in precedenza, per non appesantire di responsabilità il loro futuro: A questo punto vorrei condividere un ragionamento. Se vi siete presentati stamane con l’intenzione di accettare di mettervi in gioco, sappiate, per me apparirebbe come un’armata giunta in soccorso ad alleati in difficoltà ma compresi in un ruolo insostituibile. Il mio posto è qua ed è quello di non arrendermi mai. Però, in questi ultimi tempi mi si è accesa una speranza. Non è vana, come potrebbe apparire. Si tratta dell’aver afferrato un cardine delle esperienze umane; qualcuno la definisce “restanza” ed è la capacità di scorgere nei propri luoghi quanto di più consono occorra all’esistenza, al netto di eventuali obblighi a spostamenti. Credo sia un’autentica spinta. La potremmo ritrovare in una risicata minoranza, ma prende le mosse dal non aver abbandonato le proprie radici in netto anticipo, senza nostalgia, già quando non vi era neppure il minimo pretesto. Combatteremo la stessa battaglia, quindi, da postazioni diverse, io in fanteria, con la pesantezza del mio incarico, voi con la leggiadria della cavalleria, apportatori di grandi speranze e immani talenti. Mi accorgo di aver continuato col mio monologo, ma, vi assicuro, non voluto. Sono pronta ad ascoltarvi, aperta ad accogliere allo stesso modo le vostre attese. Cosa mi dite?

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