Il concorso letterario

di Francesco Di Sibio, tratto dalla raccolta di racconti Cosa vuoi che sia un anno (Fara editore, 2020)

«Ho vinto, ho vinto.»

Con quest’esclamazione varcò la soglia di casa, poi corse incontro alla moglie, la sollevò da terra continuando a dire solamente: «Ho vinto, ho vinto.»

«Cosa avresti vinto?»

«Come: cosa avresti vinto? Ho vinto. Ho vinto il concorso letterario di Como. Ricordi? Avevo partecipato con la mia raccolta di racconti e oggi mi è arrivata la comunicazione. Devo essere lì, per la premiazione, tra quindici giorni esatti.»

«E ora?»

«E ora niente, domani acquisterò i biglietti del treno e tra quindici giorni andremo a Como, io e te, per partecipare alla manifestazione conclusiva.»

«Mi stai prendendo in giro, vero?»

«Grazie per la tua scarsa fiducia nei miei mezzi e nelle mie doti di narratore.»

«Ma no, non fare l’offeso, solo che non me l’aspettavo.»

«Neanche io, se è per questo. Stamattina ho aperto la casella di posta elettronica e c’era un’e-mail. Pensavo fosse una comunicazione sulla data della premiazione, con l’elenco degli ospiti, le indicazioni generiche per chi volesse essere presente, insomma logistica e programma della serata. Invece…»

«Invece?»

«Invece no, non era quel tipo di e-mail, era una comunicazione diretta ai premiati, con quelle stesse indicazioni: programma, alberghi presso cui soggiornare, indirizzi precisi per raggiungere il luogo della manifestazione, ma tutto questo rivolto a me, in quanto uno dei premiati. Sì, hai capito bene: premiato.»

«Ma fammi capire un po’, almeno aiutami a ricordare, mi avevi parlato di questo concorso? Hai inviato il manoscritto a tanti concorsi e ne ho perso le tracce.»

«Certo che te ne avevo parlato, si tratta di quello con una giuria stratosferica, tutti competenti. Ecco, adesso salterai dalla sedia, ho trovato il nesso per farti capire bene il tutto e farti tornare alla mente quante volte abbiamo discusso prima di spedire il plico.»

«Quindi? Muoviti, mi tieni sulle spine?»

«Fammi divertire almeno un po’.»

«Non farmi spazientire.»

«Va bene, allora, insomma, ecco, ci siamo quasi…»

«Basta! Dimmelo e basta.»

«Si tratta di quel concorso, che si svolge a Como, ma questo l’avrai capito, nella cui giuria c’è il tuo scrittore preferito.»

«No, non ci credo. Dimmi che non è lui. Non ti premierà mica Andrea Vitali?»

«Non so di preciso chi mi premierà, la mia è una categoria secondaria, si tratta di narrativa inedita, ma Vitali è stato nella giuria e di sicuro quel giorno sarà presente.»

«Ti rendi conto?»

«Io sì, anche se mi sembra ancora un sogno. Aspetta, non ho finito di dirti tutto. Per ogni categoria ci saranno tre premiati, quindi, per mantenere una certa attesa e non svelare subito tutto…»

«Come nei romanzi di Andrea Vitali.»

«Appunto, come in quei romanzi, non mi hanno comunicato in quale delle tre possibili posizioni mi sono classificato.»

«Ma è bello lo stesso.»

«Questo lo penso anch’io. Sarò il primo a Frigento tra i vincitori di un concorso letterario di questo livello, almeno credo; intanto è da stamattina che vado in giro per i corridoi con un sorriso da ebete tra un ufficio e l’altro, qualcuno mi ha anche chiesto se mi sentissi bene, figurati.»

«E tu che hai risposto?»

«Ho detto che stavo bene e che mi era venuta in mente una barzelletta raccontata proprio ieri sera da un amico.»

«Perché hai detto una bugia?»

«Non per cattiveria, solo che mi sembrava troppo egoistico affiggere i manifesti della mia vittoria. Ci sarà tempo per dirlo in giro. Per la verità non riuscivo ancora a rendermene conto neppure io, avrò riletto la lettera almeno quattro o cinque volte.»

«Certo, potevi aver capito male, la prima volta, ma le altre quattro volte cos’hai letto?»

«Le stesse parole; solo così mi sono capacitato di aver vinto davvero e ho compreso di non vivere un’illusione.»

«Secondo me sei molto strano, ma va bene così. Ormai c’ho fatto l’abitudine, ci conosciamo da così tanti anni.»

«Hai ragione.»

«Come ti senti? Sei contento per quest’affermazione?»

«Contento? Come si diceva una volta, sono al settimo cielo. Finalmente sto avendo l’occasione di esprimermi, far capire agli altri che anch’io ho qualcosa da dire. Finora sono rimasto sempre nell’ombra, ma l’ombra è la mia posizione ideale, non per forza bisogna ergersi su un palco per mettersi in mostra: si può parlare anche da dietro le quinte ed essere ascoltati. Ho deciso, non cercherò più di smentire la mia condizione di uomo medio. Chi ha detto che non si possa vivere una vita media, in un paese medio, in un periodo medio, con un lavoro medio? La quotidianità stupisce sempre, nessuno spenderebbe un euro per guadagnarsi la quotidianità, ma io affermo che sia meglio la quotidianità che una vita altalenante e con picchi alti, pochi, e picchi bassi, tanti, forse bassissimi, quasi una serie di segmenti orizzontali?»

«Confermo, sei un uomo medio.»

«Non so se ti è mai capitato di sentirti strana, non esattamente al tuo posto, non proprio nelle migliori condizioni, insomma, di sentirti come fuori fuoco. Come una fotografia scattata di fretta, senza la staticità necessaria per un’immagine da ricordare, di quelle che una volta entravano negli album in cui si raccoglievano gli attimi importanti di una vita.»

«Che vorresti dire?»

«Mi sento così.»

Fabio lanciò nell’aria questo grido d’allarme, questa richiesta d’aiuto disattesa, fino a quel momento. Davvero appariva un essere strano davanti agli occhi della moglie, forse lo era.

Avrebbe messo i capperi anche nel latte della sua colazione, se non gli avessero procurato l’acidità di stomaco fin dal primo e unico tentativo. Insomma, erano frutti e il muesli non è composto da cereali e frutti da immergere nel latte? La sua logica lo commuoveva, a volte lo stordiva. Un anno era stato in vacanza con un gruppo di amici a Pantelleria, prima di sposarsi, e come souvenir propinò barattolini di capperi sotto sale a tutti i suoi parenti, in più ne fece una scorta copiosa per i suoi pranzi. Il problema nasceva dal fatto che per lavoro era costretto a viaggiare molto, cosa che gli era piaciuta da subito, un po’ meno alla madre, prima, e alla moglie, poi. Già dal suo primo viaggio in epoca adolescenziale aveva preso l’abitudine di importare nelle sue consuetudini qualcosa dal luogo in cui era stato. 

Per questo lo chiamavano Spugna, si imbeveva di tutto quello che trovava in giro e pretendeva di assimilare immediatamente prassi, azioni, usanze altrui. L’applicazione di queste usanze, però, poteva divergere parecchio dai luoghi in cui le aveva apprese. Ovviamente tutta la famiglia lo doveva seguire, come quella volta in cui, dopo un viaggio in Francia, si era incaponito nel voler togliere dal bagno l’ingombro del bidet: in Francia non ce n’era neanche l’ombra, quindi dovevano per forza essere inutili. Oppure, dopo un viaggio di sole ventiquattr’ore a Bologna, pretese di mangiare tortellini in brodo per una settimana, tutte le sere. La cosa strana fu sapere che lì, l’unica sera che aveva pernottato in Emilia, si era dovuto accontentare di un semplice panino con la mortadella, per svariati motivi, mai precisati per intero. Mentre, memore di un semestre da studente Erasmus in Finlandia, pretese di fare la sauna, abitudine comune in quelle latitudini, quando fuori c’erano quaranta gradi, nell’estate più torrida mai registrata.

“Ieri era il 13 settembre, quel 13 settembre. Sono anni che l’aspetto, o meglio, sono anni che mi impaurisce l’attesa di questo giorno.

Saranno passati oltre venti anni, non ricordo più il giorno esatto, ma ricordo benissimo dov’ero: Torino.

Nessuno si aspetterebbe di incontrare un indovino a Torino e, quando racconto questa storia, già il fatto di inciampare in un’assurda rima, mi fa venire i brividi. 

È capitato a me sul finire degli anni novanta, avevo poco più di quarant’anni e mi trovavo nel capoluogo piemontese per lavoro. Prima di prendere il treno per il ritorno, mi si avvicina in stazione un tipo e mi chiede se voglio conoscere il futuro: non ho mai pensato di poter sapere in anticipo il futuro, ma nell’attesa del treno, con il pensiero ad alcune difficoltà legate alla sopravvivenza dell’azienda per la quale lavoravo, mi decido, magari preso alla sprovvista dalla domanda.

Il lungo viaggio in treno mi ha spinto a recuperare una a una tutte le parole ascoltate. È normale, mi sono vaccinato immediatamente con i miei propositi iper-razionalisti, smontando tutte le possibilità previste, rimarcando la mancanza di una base scientifica neanche lontanamente plausibile. 

Eppure il morbo covava nel mio inconscio, non sono riuscito ad allontanarlo minimamente, era sempre lì con me, anche quando festeggiavamo il compleanno dei miei figli, anche quando partivamo per le vacanze, anche quando, davanti a un tramonto eloquente, c’era solo da rimanere in silenzio e svuotare la mente. Anche allora quelle parole ruotavano nella testa svuotata da tutto il resto.

Come fare?

Ho chiesto aiuto ad alcuni specialisti, ma mi hanno liquidato subito, non hanno voluto i miei soldi per visite inutili, trattandomi come un bambino cresciuto e intimandomi di smettere, alla mia età, di credere a Babbo Natale. 

Ho preso sempre positivamente queste conferme ai miei dubbi; purtroppo il mio lato irrazionale, inutile dire di non possederlo, mi ha ciclicamente scaraventato a terra, prostrandomi in indicibili giorni di depressione. 

Oggi è il 14 settembre, quel 14 settembre che non avrei mai pensato di vivere.” 

D’un tratto comparve Giulia, la moglie, mentre Fabio leggeva ad alta voce, e chiese stupita: «Cosa stai facendo?» 

«Non vedi che sto leggendo?»

 «Sì, ma cosa?»

 «È l’incipit del mio racconto più rappresentativo, quello che leggerò stasera, se mi daranno un paio di minuti durante la premiazione.» 

«Non lo ricordavo più, pensavo stessi vaneggiando, che avessi la febbre.»

«Sto benissimo, grazie, mai stato meglio, il viaggio in treno è stato comodo, non mi sono stancato neanche un po’. Nessun colpo d’aria o disagi per l’aria condizionata. Poi, vedendo il film, mi è sembrato di giungere velocemente a Milano Centrale. E tu?»

«Sì, anch’io mi sento bene e quest’albergo è comodo e vicinissimo al luogo della premiazione. A proposito, penso sia l’ora di muoverci.»

«Eccomi, mi vesto e sono pronto. Neanche io voglio fare tardi.»

Dopo aver attraversato un giardino ben curato e pieno di piante ornamentali, la coppia trovò l’accesso alla sala delle premiazioni. Mancavano ancora venti minuti all’orario previsto. La coppia non passò inosservata perché il marito si tirava dietro una grossa valigia con le rotelle, in più parlottavano animatamente al fine di scegliere due sedie libere per sistemarsi; una volta fatto, le riservarono con una giacca e un foulard e continuarono la loro itineranza nella sala. 

A un tratto, videro entrare un uomo, alto, con gli occhiali, dall’aria simpatica e in compagnia di altre due persone. Si avvicinarono e chiesero il permesso di presentarsi. 

«Salve, mi chiamo Fabio, sono uno dei premiati, sa, ho partecipato alla sezione dedicata alla narrativa inedita.»

«Bene, ne ho piacere, io mi sono dedicato alla sezione dei lavori editi, quindi non so nulla del suo scritto, né del risultato.»

«Si figuri, era solo per presentarmi, anche perché ho carpito qualche dritta dai suoi romanzi; lei è mia moglie e, per essere sincero, sarebbe una sua grande fan.»

«Sarebbe, perché potrebbe aver cambiato idea? Si aspettava fossi più attraente o giovane?»

«No, ma che dice, mi sono espresso male, l’emozione, mi scusi.»

«Quindi sono ancora tra gli scrittori preferiti da sua moglie?»

«Certo, non si discute, lo è in assoluto. Anzi, se ne starà accorgendo lei stesso: non riesce neanche a parlare, fa solo moine e gesti strani.»

«Questo è vero, lo sto notando.»

«Non le sfugge nulla, lei è un medico!»

«Un medico, non un indovino.»

«Non tocchiamo questo tasto.»

«Perché, ha qualcosa contro i medici?»

«Assolutamente, contro i medici no, ma contro gli indovini…»

«Ha avuto qualche brutta esperienza?»

«Sì, tanto da scriverne un racconto.»

«Interessante.»

«Anzi, se mi permette, le farei dono di una copia della raccolta dei miei racconti.»

«Grazie, gentile da parte sua.»

«Mi scusi, sono delle fotocopie, perché non sono ancora editi, come le dicevo.»

«Non si preoccupi, io apprezzo il valore dei manoscritti. Sa quanti ne ricevo ogni giorno per averne un parere? Come se uno scrittore fosse anche un editore, oppure un talent scout.»

«Il mio dono non intendeva essere quel tipo di…»

«Stia tranquillo, ho capito le sue intenzioni. Bene, spero trascorriate una bella serata, d’altronde deve essere premiato, altrimenti cosa fareste qui?»

«Certo, è così. Sarà sicuramente una bella serata.»

«Forse tornerete a casa direttamente stasera, vedo che avete i bagagli.»

«No, stasera pernotteremo in albergo, poco distanti da qui. In effetti questa valigia ha a che vedere con lei.»

«In che senso?»

«Vede…»

Dal silenzio più profondo riemerse Giulia, esclamando a viva voce: «Nella valigia ci sono i suoi romanzi, caro dottor Andrea Vitali, li abbiamo letti, ci sono piaciuti tutti e ci farebbe piacere avere il suo autografo.»

«Tutti?»

«Tutti quelli che ha pubblicato finora, ovviamente.» Incalzò il marito.

«D’accordo, me ne dia uno e lo autograferò volentieri.»

«In realtà, ci farebbe piacere se li autografasse tutti.»

«Tutti?»

«Se non è troppo disturbo»

«Ma saranno più o meno ventotto.»

«Trentadue, per la precisione.»

«Vediamo che si può fare, tra poco inizierà la manifestazione.»

«Non vogliamo disturbare la premiazione, ma penso possiamo iniziare ora, al massimo finiremo dopo la conclusione.»

«Diamoci da fare.»

«Grazie, dottor Vitali.»

Una robusta cerniera girò intorno al tessuto blu della valigia e si aprì un capiente vano in cui erano riposti i trentadue libri, adesso uscivano uno a uno, mentre Fabio li sistemava con la copertina aperta per recuperare tempo e Giulia provvedeva a richiudere la pubblicazione già autografata, non prima di aver accarezzato la copertina di ognuno dei trentadue volumi.

La liturgia preparata per la conclusione del premio letterario di Como ebbe inizio con una manciata di minuti di ritardo, cosa che fece gioco alla coppia di ammiratori del medico scrittore. 

Quella che nelle prime operazioni era impressa con la frase: “A Giulia e Fabio e alla loro inverosimile passione. Andrea Vitali”, nel corso della maratona del firmacopie si era assottigliata nella più modesta e sbrigativa firma: “Andrea Vitali”. La grafia, neanche a dirlo, era quella di un medico, quindi alquanto illeggibile. 

Fabio, infatti, si fece sfuggire «Occorrerebbe un farmacista per interpretarla.»

Lo scrittore, quasi risentito, dopo la firma del ventiduesimo libro dei trentadue, alzò gli occhi verso Fabio, ma preferì solo sbuffare per rimettersi all’opera in modo solerte.

La manifestazione ebbe inizio e si snodò con la consegna dei premi per le varie categorie, mentre i coniugi, posizionati in fondo alla sala, parlottavano tra loro in modo insistente ma senza disturbare. La donna era eccitatissima per l’incontro e non smetteva di accarezzare la valigia che custodiva un simile tesoro. Si era estraniata da quel contesto, tanto da non accorgersi della consegna dell’ultimo premio in scaletta. Il marito non era stato invitato a recarsi verso il tavolo dei giurati e di questo si accorse quando fu aperto il buffet. Tutti si alzarono, rimasero seduti solo loro due. Giulia ebbe un attimo di lucidità e chiese al marito: «Ma è tutto finito?»

«A quanto pare, sì.»

«E il tuo premio?»

«Non c’era nessun premio per me.»

«Ma come, si saranno sbagliati.»

«No, è proprio così. Non c’erano premi per me.»

«E l’e-mail che hai ricevuto quindici giorni fa?»

«Era solo la comunicazione generica della premiazione.»

«E allora cosa facciamo qua?»

«Ho messo su questo viaggio per realizzare soprattutto un tuo sogno. Tutto qua.»

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