Avevi cinque anni e mezzo

di Francesco Di Sibio, tratto dalla raccolta di racconti Cosa vuoi che sia un anno (Fara editore, 2020)

Credevi che se si fossero ripetute le stesse cose di quella sera, allora anche l’evento sismico ci sarebbe stato di nuovo. Così, soprattutto la sera andando a letto, ti facevi il riassunto di ciò che fosse successo, con quali giocattoli avessi giocato, cosa avessi mangiato e, se riscontravi delle similitudini con quel giorno, ti prendeva una strana ansia e faticavi a prendere sonno. Ti capitava spesso di avere problemi nell’addormentarti, cosa che sarebbe passata definitivamente abbastanza in fretta e allora cercavi di controllare il respiro, perché ti eri accorto che se il cuore batteva troppo in fretta, non ti saresti mai addormentato.
La ricerca di similitudini era la convinzione di un bambino, ma più volte hai sentito parlare della preoccupazione della gente per il ripetersi di situazioni avvenute quella sera di novembre.
Negli anni, diverse persone ti hanno raccontato di un caldo strano per quei giorni sempre più vicini all’inverno e che, in passato, avevano già regalato la prima neve. Poi c’era una luna particolare, tinta d’arancio o di rosso, a seconda della persona che la ricordasse. Lo scirocco e l’umidità potrebbero tranquillamente spiegare questi fenomeni ma, a distanza di decenni, vengono ancora associati a quella triste sera, come lugubri presagi di qualcosa di catastrofico.
Di recente hai visto alcune immagini raccontare il vero sisma. Paesi rasi al suolo, famiglie distrutte, bare non bastare per i tanti morti, e una foto in particolare: due fratellini sepolti dentro le stesse tavole di legno davanti agli occhi del padre, unico superstite della famiglia. Immagini, scatti, fotografie di quei giorni, così come lo è la vecchia Conza; vecchia perché il centro abitato è stato abbandonato per costruire il nuovo insediamento urbano più a valle, a pochi chilometri di distanza. La vecchia Conza è là come una foto appesa al muro, un’istantanea scattata con tutto il suo disastro intatto.
Parli di vero sisma, perché negli occhi hai i ricordi di un bambino che ha vissuto a modo suo l’evento e i mesi seguenti e che, a volte, ha attraversato come in un gioco tante vicissitudini.
Quella stessa sera foste portati sotto il condominio di via Limiti, di fronte al ristorante. Tu e tua sorella entraste in una Fiat 127 verde e vi rimaneste per qualche ora. La paura era tanta, soprattutto negli adulti, non si capiva se le vostre case fossero sicure. In tanti erano confluiti lì spontaneamente; c’era un gruppo di automobili, in cui avevano trovato sistemazione anziani e bambini e gli altri erano tutti fuori a parlare, a raccontarsi come erano stati vissuti quei lunghi secondi di paura, a farsi coraggio, a confortare chi era avvinto dal panico. Dopo un po’ giunse anche tuo padre, con non poche difficoltà riuscì a chiudere il bar e tornò lungo via Limiti per evitare il centro storico, in cui potevano esserci crolli di parti di edifici. Ricordi la chiave del portone del locale. Era una di quelle chiavi antiche, lunga una quindicina di centimetri e col tempo aveva assunto una strana rotazione della parte dentata, ma questo non impediva il suo giusto uso.
Tu e la tua famiglia rientraste in casa. Fu considerata sicura, almeno il piano terra, visto che l’anno precedente eravate rientrati dalla Toscana, dove eri nato e dove i tuoi genitori avevano lavorato. Gli ammodernamenti fatti e ultimati pochi mesi prima vi permisero almeno di non trascorrere la notte all’addiaccio, cosa che in tanti dovettero subire e non solo per quel giorno. Tu eri il più piccolo della famiglia e, insieme a tua sorella Franca, dividesti il posto più comodo a disposizione: una poltrona. I tuoi genitori, tua nonna e qualche vicino stettero sulle sedie poste lungo le pareti della stanza e sembrava una veglia strampalata, anche se tutti cercavano di riposare per quel che era possibile, ormai era notte e non si conosceva ciò che la luce del mattino successivo avrebbe portato con sé. La presenza dei vicini fu costante per diversi giorni e per voi bambini fu una felice novità. Eravate sempre al centro di premure e attenzioni ed era facile trovare spunti per giochi o persone che si intrattenessero con voi.
Avevi cinque anni, anzi ne avevi cinque e mezzo, visto che a quell’età la voglia di crescere è tanta e ancor più grande è la voglia di realizzare le infinite cose rimandate dagli adulti a “quando sarai grande”. Così, ogni scatto percettibile del tempo che passa, va sottolineato e anche tu vantavi il mezzo anno in più con chi ti chiedesse l’età.
Tra i vari ospiti di quell’improvvisato albergo, ricordi Maria, che per molti anni sarebbe venuta a casa nel pomeriggio per recitare il rosario con tua nonna; Michele, sempre attivo e sorridente, e sua moglie Concetta. Anche se col trascorrere dei giorni piano piano le persone tornavano nelle proprie abitazioni, nel frattempo dichiarate agibili, l’intero arco della giornata lo passavate assieme.
Il mattino dopo andaste al bar e lo trovaste come atteso: niente era al suo posto. Le bottiglie, esposte sugli scaffali, giacevano sulla pedana di legno dietro al bancone e il pavimento era ricoperto da merce e oggetti vari. Tutti parlavano del palazzo municipale, dicevano fosse crollato. Allora ti facesti coraggio e raggiungesti l’ingresso della piazza, da quella prospettiva vedesti un’immensa quantità di pietre gigantesche poste a casaccio una sull’altra. Non conoscevi ancora il significato del verbo crollare e lo stavi imparando in quel momento. Stranamente, del municipio non hai ricordi precedenti, di quando dominava la piazza ed era il cuore pulsante del paese, visto che oltre agli uffici comunali ospitava l’ufficio postale, la pretura, un circolo ricreativo. Ricordi solo quelle macerie e il silenzio che le pervadeva. Nella parte posteriore dell’edificio, verso piazza Baracca, c’era il carcere. Vi erano delle celle per detenuti in semilibertà. Di giorno uscivano per recarsi a lavoro, la sera ritornavano in cella per pernottare. Tante volte hai sentito narrare ciò che accadde lì, quella sera. Quando la terra iniziò a tremare, un addetto alla sorveglianza si precipitò ad aprire le celle per far uscire i detenuti. Riuscì nel suo intento, ma lui rimase indietro e finì sotto le macerie. Era giovane, venticinque anni, e a Frigento, luogo di lavoro e paese natale, ci furono diversi giorni di commozione per l’accaduto.

Si decise di ricostruire il municipio più a valle. Era ormai il 1984, iniziavano i lavori di scavo per le fondamenta di questa nuova struttura, voi avevate trasferito il bar all’interno di un prefabbricato di legno, per consentire la ricostruzione del vecchio locale. Spesso giocavi là fuori, in piazza Baracca, tra la zona dove sorgeva il vecchio municipio e quella in cui sarebbe sorto il nuovo. Passavi il tempo calciando il pallone supertele contro il muro delle scuole elementari. Per la tua imperizia di calciatore e per le qualità proprie del pallone (chi ha giocato con un supertele sa che erano palloni leggerissimi e che assumevano degli strani effetti e spesso prendevano direzioni non volute), capitava che la sfera andasse di sotto, proprio all’interno del cantiere. Andavi a recuperarlo, a volte ti aiutavano i pazienti muratori, ma due non riuscisti a recuperali e ti viene da pensare, guardando a distanza di anni quegli edifici bianchi, che sotto, all’interno delle loro fondamenta, ci siano due palloni, uno rosso e nero, l’altro nero e blu, o ciò che ne rimane.
Per sei anni circa il vostro bar è stato itinerante. Più volte avete dovuto trasferire l’attività per l’inagibilità dei locali, poi per consentirne la ricostruzione. La prima tappa è stata casa vostra. Nei mesi seguenti il sisma, la stanza al piano terra fu attrezzata alla buona a locale commerciale. Una caratteristica conservata anche in tali condizioni era quella di essere il posto telefonico pubblico e, in tempi in cui si vivevano le conseguenze di un sisma catastrofico e l’avvento del telefono cellulare era lontano anni luce, per molti quella era l’unica possibilità di contatto con l’esterno. C’era chi telefonava per tranquillizzare i parenti lontani e per spiegare come si stessero evolvendo le cose, poi c’erano i volontari, i soldati dell’esercito che telefonavano ai propri familiari e alle fidanzate. Voi, siccome non era stato possibile trasferire anche la cabina per dare maggiore riservatezza, vi allontanavate il più possibile o vi impegnavate in altre faccende per cercare di offrire la massima intimità a chi stesse telefonando.
Dei soldati conservi alcune immagini. C’era un accampamento con tende nella villa comunale. Ricordi questi giovani, forse quasi tutti militari di leva, nelle loro uniformi verdi, con i berretti e gli anfibi, e pensavi fossero ideali per la neve, già caduta e che aveva coperto tutto di bianco. Un giorno ne incontrasti alcuni lungo via Limiti, giocavate nella neve e vi donarono dei cubetti di cioccolata fondente. Uno di loro aprì il taschino sul petto, prese una confezione rossa e te la offrì. Naturalmente voi eravate contentissimi e non la smettevate più di ringraziare.
Riceveste tante dimostrazioni di solidarietà. Di tanto in tanto giungevano volontari da varie parti d’Italia e recavano con loro oggetti di vario genere che potessero occorrere nella vostra situazione. Un giorno si fermò un’automobile in alcuni punti del paese, la gente si radunò lì intorno, due persone distribuirono stivali, chiedendo la taglia necessaria. Tu ricevesti un paio di doposci; quell’anno ne aveste davvero bisogno. La coltre bianca aumentava la vostra gioia di bambini ignari, ma moltiplicò anche le difficoltà di chi aiutava e di chi voleva ritornare al più presto a una vita normale. Nel periodo natalizio passò un furgone carico di giocattoli. Tutti i più piccoli presero d’assalto i volontari e ognuno ebbe in cambio un dono. Si afferrava a casaccio nel mucchio, l’unica distinzione era data dal fatto che a riceverlo fossero mani di maschi o femmine. Tu ricevesti un casco e vagasti per diverso tempo dentro casa con quel copricapo, fingendoti un motociclista o un pilota da rally, a seconda del gioco.
In seguito al terremoto dell’Irpinia viene datata la nascita della Protezione Civile Italiana in una forma più organizzata e pronta a ogni evenienza. Quella volta ci furono tante difficoltà: i soccorsi che non giunsero tempestivi, mancanza assoluta di coordinamento, paesi di mille abitanti con una fila da esodo biblico di volontari e vi affluivano materiali, mentre una miriade di centri bisognosi di tutto aspettavano invano. Subivano l’effetto pubblicità. Sui giornali e in televisione si parlava dei soliti due o tre paesi, naturalmente era impossibile l’elenco delle centinaia di centri colpiti, ma chiunque volesse partire per offrire la propria disponibilità, si incamminava verso Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Balvano.
Iniziarono ad arrivare tende, roulotte, prefabbricati, più altri oggetti per le necessità di ogni giorno. Il concetto di Stato, come si sa, è astratto, quindi bisognava individuare una figura concreta che potesse rappresentarla. Unanimemente fu scelto Giuseppe Zamberletti, il commissario straordinario del Governo per il dopo sisma.
Divenne quasi una figura mitologica, ma presente. Ricordi delle stufe a cherosene di colore verde militare, servirono a riscaldare, quanto fu possibile, i vostri alloggi. Rivedendone una ad anni di distanza, chiedesti alla proprietaria con disarmante semplicità: «Chi te l’ha data, Zamberletti?»
E lei ti rispose tranquillamente: «Sì!».

In tutti questi anni, pur non rincorrendo scientificamente aneddoti, storie, leggende legate al terremoto, inevitabilmente sei stato invaso da esse.
Duemilanovecentoquattordici furono le vittime, ognuno aveva una propria storia.
Da diversi anni lavori a Sant’Angelo dei Lombardi ed è inutile soffermarti su quanto il paese altirpino sia diventato il simbolo di quella distruzione e della seguente rinascita.
Quattrocentoottantadue furono i morti a Sant’Angelo dei Lombardi, due proprio nello stabile dove oggi lavori.
Nel gennaio 1981 il vescovo dell’epoca chiese di essere trasferito; non sopportò tanta sofferenza. Il suo successore, qualche mese dopo, fece il suo ingresso ufficiale nel posto più vivo del paese, che, per un eccezionale ossimoro, era il cimitero.
Le storie si sommano: i morti, i sopravvissuti, le case, le macerie, sono i vari tasselli di un mosaico infinito. Nessuno può giungere al totale di un evento di simile portata.
Per fare un paragone che aiutasse a capire meglio, in questi ultimi anni ti sei rivolto alla poesia e hai eletto a paradigma dello stato d’animo di quel periodo dei versi che nulla hanno a che fare con esso.
Hai tirato per le bretelle Giuseppe Ungaretti e hai riletto da un altro punto di vista la sua San Martino del Carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
ma nel cuore
nessuna croce manca
è il mio cuore
il paese più straziato

Sai che potrebbe essere un’iperbole, ma vedi il sisma del 1980 come le vostre trincee, quelle che non avete avuto durante la Grande Guerra, combattuta troppo lontano da lì.
Lo strazio e la fragilità hanno contrassegnato molti anni della vostra vita da terremotati.

Un pugno di interminabili secondi cambiò la vita di interi paesi, sconquassò la tranquillità di molti. Tutto fu diverso. Alla televisione stavano trasmettendo il secondo tempo della partita Inter-Juventus, a quel tempo non c’era la diretta della Serie A su televisioni a pagamento, anzi queste ultime non c’erano neanche. Anche il vostro televisore in bianco e nero era sintonizzato sulla differita del cosiddetto derby d’Italia. Eri seduto a tavola: un tavolo rotondo attorno al quale vi era anche tua sorella.
Era tutto pronto per la cena. Erano le 19,35 di quella domenica di novembre. D’un tratto il carrello che sosteneva il televisore iniziò a muoversi verso sinistra e poi verso destra, andando a sbattere più volte contro la cristalliera e il muro che ne limitavano la corsa. Il tavolo sotto i vostri gomiti si alzava ritmicamente prima da un lato, poi dall’altro per buoni dieci centimetri. Tua madre aveva i piatti in mano e faticò non poco nel mantenere l’equilibrio.
Quando tutto si calmò, giunse anche tua nonna dalla sua stanza e fece una domanda di cui già sapeva bene la risposta: «Era il terremoto?».
Tua madre rispose negativamente, per non spaventarvi, ma non conoscevate il significato di quella parola e, per fortuna, avevate vissuto l’accaduto come qualcosa di strano, ma forse anche divertente. Ti ripassavano davanti agli occhi, infatti, le immagini di quel televisore impazzito; non voleva stare fermo e ti veniva anche da ridere.
In fretta vi presero in braccio e vi portarono fuori di casa.

Quel terremoto lo tieni dentro. A volte non ti va di parlarne, specie se chi ti è di fronte non ha vissuto quegli istanti e gli anni che seguirono. Pensi che non potrebbe capire. Altre volte lo racconti come ora, così come l’hai vissuto, quasi come un gioco. Negli ultimi tempi stai combattendo con un nuovo sentimento: la paura. Hai paura di iniziare a dimenticare. Rimane forte la sensazione generale, ma gli elementi più delicati, i particolari, potrebbero svanire. Anche per questo ti sei imposto di raccontare.
Da diversi anni non credi più che se si ripetessero le stesse cose accadute quella sera, anche l’evento sismico si ripeterebbe di nuovo. Continui a lottare per combattere la paura di eliminare i ricordi di quella sera, ma sul viso rifiorisce sempre un sorriso, quando pensi alle ore trascorse a divertirsi con i tuoi amici a nascondino all’interno dei cantieri delle abitazioni in ricostruzione.

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